Bel posto, bella gente, non torno più.

Sono stato alla sfilata per la settimana della moda milanese di Moncler.
Premetto un paio di cosette:

  • Non riesco sinceramente a descrivere, vista la distanza astrale che intercorre tra me e un qualunque evento legato a dei vestiti, il disagio nel rispondere ad un invito simile.
  • Davanti al mondo della moda ho lo stesso atteggiamento snob di uno che allo zoo guarda le scimmie leccarsi le balle.

Cominciamo.

Quando a me e a tutto il team di POLARIS è arrivata la mail di invito era tutto un “figo dai” in una scala da 1 a natalieportman. C’era entusiasmo per la fantastica imbucata che si era riusciti a procurare, anche perché nessuno di noi era a conoscenza che la settimana della moda uomo e quella femminile fossero asincrone, particolare fondamentale per capire l’euforia di quei giorni a ragion veduta. Manco fossimo all’asilo e schifi le femmine oppure ci trovassimo ad una cena con vecchi amici e ti trovi diviso in gruppi di genere: maschi, femmine e juventini.

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A quale settimana siamo andati eh?

Parentesi:
Ti mandano una mail per invitarti, un bel template con scritto cubitale SAVE THE DATE poi però devi pure andare alla sede loro e ritirare l’invito cartaceo, che senso ha?
Mandami l’invito via mail direttamente, mi presento con quello e mi fai entrare, se hai paura che uno faccia un inoltro selvaggio ai suoi contatti e ti si presenti alla sfilata un mezzo esercito, metti un codice, un qr code, insomma inventati qualcosa, fai lavorare i tuoi schiavi del marketing.
Questo è proprio il genere di non-sense che entra di diritto nella top 3 delle cose che mi che fanno esplodere la testa, appena sotto le persone che ti mandano un messaggio per avvertirti del fatto che ti hanno mandato una mail -grazie amici per avvertirmi con un messaggio che mi è arrivato un messaggio-, oppure quando i controllori di Trenitalia ti dicono che il biglietto ELETTRONICO non vale se lo mostri dal telefono, ma devi averlo cartaceo, in fogli di grammatura grossa.

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Comunque un ottimo segnalibro

Baldanzosi per i lazzi che si sarebbero andati a fare e le donne che si sarebbero conquistate, non considerando che esistono mondi in cui sapere risolvere equazione differenziali non è esattamente una qualità esplodi-mutandine, ci si avvicinava a ‘sta sfilata con un misto di curiosità e “madonna sono 300 km andare… 300 tornare… Ancora… Sbattimento supremo” (forse questo ero solo io ma tant’è).

Alla fine partiamo, vestiti più o meno da impiegati di banca in gita aziendale, con un anticipo mostruoso per riuscire a prendere l’invito cartaceo in tempo per riuscire un aperitivo e arrivare ubriachi all’appuntamento.
Dopo esserci fatti silurare il portafogli per una birra artigianale di dubbia provenienza, ci avviciniamo a questa struttura che a tutti ricorda una vecchia fabbrica (e infatti lo è), la quale può fare l’impressione di un fulgido esempio di rivalutazione urbana di spazi abbandonati nati brutti, oppure la versione edulcorata e fighetta di una discoteca olandese.

Dentro è tutto molto bianco e pieno di ghiaino, anch’esso bianco, alberi spogli anch’essi bianchi che non mi figuro ancora come potessero stare in piedi visto che non c’erano vasi o sostegni vari. In un paio di momenti quegl’alberi hanno davvero rischiato di cadere sulla folla e allora si che sarebbe stata una serata indimenticabile.
Folla che comunque non ha paura di sembrare ridicola sparandosi pose improbabili per foto sgranate.
Infine davvero… agli uomini le pellicce non stanno bene a meno che non siano signori della guerra centro-africani.

Comincia.
Parte fortissimo con i modelli schierati militarmente che camminano con una faccia talmente inespressiva che sembra che gli stiano proiettando davanti agli occhi uno sketch di *nome a caso comico Zelig/Colorado Café*.

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Begli occhiali

Le uniformi sono di un sovietico tale che a me sale tutta la nostalgia tipica di chi è sempre pronto di fare il Soviet con il culo degli altri. La processione dura cinque minuti in effetti e i modelli cominciano a spogliarsi che far vedere i vestiti di sotto e pensi che a questo punto ci sia bisogno di ritmo e passione per dare una scossa allo spettacolo. No.
Cominciano sì a spogliarsi ma si mettono pure a piegare con cura i vestiti, appoggiano i giacconi russi per benino sulle grucce, si strappano i pantaloni con fare virile, ma poi li pongono con cura in una porzione di gruccia lasciata appositamente vuota.
In pratica un softcore per maniache dell’ordine.

E dopo niente era finita. Applauso. 15 minuti. Giornalisti che scappano dalla fabbrica alla velocità della luce e la sensazione di non aver capito cosa fosse successo.

600 km —-> 15 minuti.

Bel posto, bella gente, non torno più.

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2 pensieri su “Bel posto, bella gente, non torno più.

  1. Dio! Che caga cazzo!! se non capisci cos’è la #moda2015, il #fashion, #ilgeniochestadietroatutto ( e #tantoèinutilechefaiilsuperioretantoseischiavodellamodaanchetu) non andarci!
    Io non capisco questa gente che a fatica sa allacciarsi le scarpe con due mani e si permettono di criticare un lavoro così impegnativo e pieno di stress. Ma cosa ne vuoi sapere tu!
    #Wirisvoltini #stupidoplebeo #mirandapriestlypensacitu

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