Hunger Games: coitus interruptus

Ho finito di leggere la trilogia di Hunger Games ieri notte e mi sono svegliato troppo presto per esprimere un giudizio rotondo e completo, d’altro canto non lo faccio mai e quindi vabbè.
Ci ho messo circa un paio d’anni a finire perché nel secondo libro della serie (“La ragazza di Fuoco”) verso la fine del primo terzo del racconto c’è un pauroso calo di  ritmo e una scrittura talmente di mestiere che smesso schifato volendo lanciare il libro fuori dalla finestra ma poi mi sono ricordato che ce l’ho sul Kindle e insomma costicchia quell’affare.
Ho ripreso le fila perché volevo portare a termini qualcosa lasciato a metà tutti ne parlano e sono vittima della pubblicità.
Non posso tuttavia parlare di trama o altro in quanto conosco chi potrebbe bruciarmi vivo anche per uno spruzzetto di spoiler. Quindi niente.

Dico solo questo. Questa storia è emotivamente potente, l’uso di bambini che muoiono scannati in ogni modo aiuta. Poteva essere un mezzo capolavoro se a scrivendolo ci si fosse messi un attimo d’impegno nel tratteggiare i personaggi invece di scolpirli con l’accetta. Ogni tanto pare che certi scrittori scrivano non per i lettori ma per i produttori di Hollywood in modo da risparmiargli la stesura della sceneggiatura.

Il problema più grosso secondo me è la continua descrizione dei sintomi dello stress post traumatico, non c’è un personaggio, nemmeno la protagonista, che sia credibile.
Io capisco che aver appiccicato sopra alla serie l’adesivo Young Adult non è solo uno stratagemma che facilitare i librai nel sistemare gli stand, però insomma l’approfondimento psicologico dei personaggi il mio falegname con 30 mila lire lo faceva meglio.