There’s an app fot that

Parliamo un po’ di telefoni.
Tutti ne abbiamo uno, pochi ne conoscono il potenziale e moltissimi, data la soverchiante quantità di software, non hanno la voglia di scoprire il vero potenziale di questi dispositivi.
Inoltre poter ricevere foto di minorenni zoccole su WhatsApp non è la funzione più innovativa che uno smartphone può offrire e non rende sicuramente giustizia ai soldi spesi dai vostri genitori per educarvi.

Ho deciso pertanto di scrivere una serie di post concentrandomi sull’analisi delle applicazioni che uso tutti i giorni,  senza troppe pretese di completezza ovviamente. Magari si rivelerà un’operazione utile, magari rimarrà un diario di cosa usassi e di come mi sentissi smart nel 2015, facendomi sorridere benevolmente dall’alto del mio impianto oculare cyberpunk.

Modalità: Mi concentrerò per ora su Android, una versione iOS lato iPad arriverà prima o poi e scriverò un post per macrogruppo, per evitare lunghezze esagerate, ché Tolstòj andava di moda 150 anni fa.

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All u need is punch: Edge of Tomorrow

Un uomo quasi per bene, che fa il social media specialist per l’esercito degli US, ad un certo punto comincia a rivivere lo stesso giorno all’infinito.
Un incipit non esattamente definibile originale ma poi arriva una Emily Blunt supercazzuta a livelli che manco Ellen Ripley e da quel momento sono botte talmente forti che se ti arriva un schiaffo, il muro te ne da un altro.
La sinossi è circa questa.

C’è una certa corrente di pensiero, vedi Pacific Rim, che produce film di fanta-azione che pensa di risolvere certi tipi di problemi, come la fine del mondo, a cazzotti.
Io lo so che l’influenza della cultura giapponese è forte, ma vorrei ricordare agli sceneggiatori di tutto questo lato della Terra che siamo in Occidente e gli scazzi gli abbiamo sempre risolti con le bombe. Ne abbiamo sganciate un paio di potenti proprio addosso ai giapponesi non molto tempo fa.
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Bel posto, bella gente, non torno più.

Sono stato alla sfilata per la settimana della moda milanese di Moncler.
Premetto un paio di cosette:

  • Non riesco sinceramente a descrivere, vista la distanza astrale che intercorre tra me e un qualunque evento legato a dei vestiti, il disagio nel rispondere ad un invito simile.
  • Davanti al mondo della moda ho lo stesso atteggiamento snob di uno che allo zoo guarda le scimmie leccarsi le balle.

Cominciamo.

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Walter Mitty: disgustotrama

Bentornato. Lo dico a me stesso perché ‘sto blog è più riservato di uno quei diari con il lucchetto che andava di moda un po’ di tempo fa, propedeutico per imberbi scassinatori nel trovare la propria professione.
Comunque sono preso da altro e sinceramente questa esperienza mi fa pensare che, nel caso in cui non riesca a mantenermi con la mia proverbiale simpatia, mantenere un blog in futuro sarà un’impresa di quelle che sarebbe meglio abbandonare subito. Ma tant’è mi è venuto lo spunto per un post e quindi via.

Qualche giorno fa un amico mi ha fatto una domanda: qual è il film più brutto che hai visto recentemente, PAGANDO? Pagare è l’obolo necessario per essere preso in considerazione in qualunque giudizio, ché è facile per tutti fare lo Yotobi (qui uno che non ha la stessa faccia da cazzo,  di diverso tipo diciamo) e farci dei soldi  guardando film brutti scaricati via torrent senza la punizione divina di pagare 2 pinte per 2 ore di merda sparata in faccia. È come giocare a poker senza scommetterci i soldi dell’affitto o il buon nome di tua sorella. Troppo facile.

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Hunger Games: coitus interruptus

Ho finito di leggere la trilogia di Hunger Games ieri notte e mi sono svegliato troppo presto per esprimere un giudizio rotondo e completo, d’altro canto non lo faccio mai e quindi vabbè.
Ci ho messo circa un paio d’anni a finire perché nel secondo libro della serie (“La ragazza di Fuoco”) verso la fine del primo terzo del racconto c’è un pauroso calo di  ritmo e una scrittura talmente di mestiere che smesso schifato volendo lanciare il libro fuori dalla finestra ma poi mi sono ricordato che ce l’ho sul Kindle e insomma costicchia quell’affare.
Ho ripreso le fila perché volevo portare a termini qualcosa lasciato a metà tutti ne parlano e sono vittima della pubblicità.
Non posso tuttavia parlare di trama o altro in quanto conosco chi potrebbe bruciarmi vivo anche per uno spruzzetto di spoiler. Quindi niente.

Dico solo questo. Questa storia è emotivamente potente, l’uso di bambini che muoiono scannati in ogni modo aiuta. Poteva essere un mezzo capolavoro se a scrivendolo ci si fosse messi un attimo d’impegno nel tratteggiare i personaggi invece di scolpirli con l’accetta. Ogni tanto pare che certi scrittori scrivano non per i lettori ma per i produttori di Hollywood in modo da risparmiargli la stesura della sceneggiatura.

Il problema più grosso secondo me è la continua descrizione dei sintomi dello stress post traumatico, non c’è un personaggio, nemmeno la protagonista, che sia credibile.
Io capisco che aver appiccicato sopra alla serie l’adesivo Young Adult non è solo uno stratagemma che facilitare i librai nel sistemare gli stand, però insomma l’approfondimento psicologico dei personaggi il mio falegname con 30 mila lire lo faceva meglio.

Orfani de che? De tutto

In questo periodo sta uscendo di tutto a livello fumettistico: Dodici di Zerocalcare, Un lavoro vero di Alberto Madrigal del quale un giorno parlerò anche qua (fino ad allora trattenete il fiato mi raccomando) Gipi invece torna a fare quello per cui è nato, scrivere fumetti.
Nel frattempo in Bonelli hanno pensato di iniziare una serie tutta a colori in un universo apocalittico tutto fantascienza e navi spaziali, che è la cosa più rivoluzionaria dopo la racchetta ammazza zanzare capitata all’umanità nell’ultimo lustro. Questi, lo dico per gli aficionados dell’ignoranza che forse non capiscono la portata storica dell’evento e neppure come allacciarsi le scarpe, sono quelli di Tex e Dylan Dog, roba che leggeva mio nonno e mio padre dopo di lui e che pure io leggevo seduto sul cesso in età pre-masturbatoria.

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Dodici: recenZione 200 parole

Dopo mille peripezie per acquistarlo, ovvero una pigrizia micidiale ché proprio non avevo voglia di staccarmi da Hitman, mi sono spippolato l’ultima fatica di Zerocalcare.

Ora, questa è una storia di zombie, quindi il nostro con me gioca in casa e potrebbe fare un 3-0 pulito, tripletta sua e portarsi a casa pure il pallone. Stavolta però non ce la fa, al massimo un pareggino guarda.

Non so (lo so invece ma è per mantenere il pathos) cosa sia, se è per il fatto che questo è il quarto libro suo che compro in un anno e mezzo e la sovraesposizione non fa bene a nessuno o perché se ambienti una tua storia in un’apocalisse zombie, cazzara quanto vuoi, ironica e autoironica un tanto al kilo, devi sempre mantenere un certo ritmo altrimenti tutto va più o meno a ramengo.

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